sabato 13 maggio 2017

Isabelle e le altre: le lettere di Edouard Manet



Una carta da lettere, in cui è dipinto ad acquerello un bocciolo di rosa e su cui sono tracciate poche righe veloci scritte a inchiostro:"Decisamente non ci viziate: o siete molto occupata o siete molto cattiva. Tuttavia nessuno ha il coraggio di volervene"


La destinataria della lettera è Isabelle Lemonnier, figlia di un ricco gioielliere parigino e cognata dell’editore Georges Charpentier, fondatore della rivista "La vie moderne"e  animatore, insieme alla moglie, di uno dei salotti più frequentati del tempo.
Chi scrive queste parole, tra scherzo e rimprovero e, soprattutto, chi ha saputo disegnare, con pochi tratti vivaci la rosa sullo sfondo, firmandosi con una "M" che sembra un ghirigoro, è un grande artista: Edouard Manet
Tra l’estate e l’autunno del 1880 Manet ha affittato una casa a Bellevue, un quartiere residenziale di Meudon, per sottoporsi a un trattamento idroterapico. All’epoca l'artista ha quarantotto anni e, da qualche tempo, soffre di un malessere generalizzato, conseguenza di una vecchia infezione di sifilide che sta per aggravarsi, provocando quella che medici chiamano atarassia locomotoria: cammina male e trascina una gamba.
Potrà pure essere sofferente Manet, ma non ha perso nulla del suo spirito e delle sue capacità di piacevole conversatore e di creatore di inesauribili motti di spirito. Rimangono ancora intatti quei modi eleganti e cortesi che fanno parte delle sue qualità di uomo di mondo e che hanno fatto scrivere all'amico scrittore Emile Zola: "il suo fascino e il suo spirito erano tali che si rischiava talvolta di dimenticare l'essenziale: il suo genio di pittore".
In realtà, la sua carriera è finalmente decollata e il suo talento di artista è ormai riconosciuto, sia dai critici che dal gruppo di pittori che vanno da Degas, agli impressionisti come Renoir e Monet, che lo apprezzano come un caposcuola 

I giorni a Bellevue passano monotoni fra trattamenti termali, massaggi, piccole passeggiate. 
Per spezzare la noia Manet non ha nemmeno il conforto della lettura: ammette di non amare i libri, dichiarando, con una certa esagerazione: "non leggo mai, guardo solo le immagini". 
La moglie cerca di distrarlo, suonando qualche pezzo al pianoforte, il figlio si impegna a fargli compagnia, ma è tutto inutile: Manet si annoia e ha nostalgia di Parigi, dei suoi caffè, delle sue strade animate e, soprattutto, delle sue belle donne. 
Per distrarsi si mette a scrivere lettere. 

Lettere brevi come bigliettini, tipiche di un uomo che ama la stringatezza al punto da affermare che "la concisione è in se stessa un'arte, una necessità e un'eleganza".
E poi non sono lettere qualsiasi: Manet le arricchisce sempre con piccoli schizzi ad acquerello che a volte inserisce direttamente nel testo: l'immagine per lui sembra essere parte integrante della scrittura.
Le lettere, catalogate e ora in gran parte conservate al Cabinet des Dessins du Louvre, sono ben quarantatré: di queste solo otto sono indirizzate ad amici uomini. 
A loro Manet riserva le illustrazioni più prosaiche, per esempio, quella di un semplice attrezzo da giardino come un annaffiatoio, destinata all'amico incisore Felix Bracquemond.

Le lettere più allegre e poetiche con acquerelli di fiori o di frutta di stagione sono, invece, offerte come piccoli preziosi doni alle giovani amiche assenti, di cui sente nostalgia e a cui indirizza messaggi di un affetto tenero e scanzonato che sfiorano talvolta-  e sempre con garbo- un corteggiamento così giocoso e lieve da essere tollerato, con ironia, dalla tranquilla moglie olandese. 
Ecco qui, per esempio, l'immagine di succosa mirabella, maturata nel suo giardino e destinata a Isabelle con una piccola poesia: 



Isabelle e le altre, le sue amiche parigine: quello che a Manet manca di loro non sono le relazioni fisiche, ma le risate, la conversazione ammiccante e quel "fruscio di gonne" che, in città, ha riempito le sue giornate. 

Uno dei suoi amici testimonia, del resto, che, anche nei periodi di malattia,  "la presenza di una donna, una qualsiasi, lo rimetteva a posto completamente".

A Isabelle Lemonnier, che è stata la sua modella, e che adesso non gli risponde con l'assiduità che vorrebbe,  Manet indirizza, tra giugno e ottobre, ben sedici lettere. 
A lei dedica, fra le altre, una missive con il ritratto del suo volto allegro sotto i nastri di un grazioso cappellino.
A un'altra destinataria, Madame Guillemet, proprietaria, insieme al marito di un negozio alla moda in pieno Fouburg Saint-Honoré, non solo fa omaggio di un acquerello con la più bella prugna del suo giardino, ma si diverte a evocare, in una delle lettere più illustrate, gli elementi dell'abbigliamento femminile con una galanteria che, in linea con feticismo dell'epoca, privilegia le calze nere e le ghette o gli stivaletti che si intravedono sotto le gonne.



Al Marthe Hoschedé, figlia di un importante collezionista, manda una delle ultime lettere del suo soggiorno a Bellevue, datata 10 settembre, con lo schizzo di una castagna e di un riccio che già preannuncia l'autunno e il ritorno a Parigi.



Mentre  a Méry Laurent,  cortigiana alla moda di un'eleganza raffinata che fornirà più di un tratto alla Odette della "Recherche" di Marcel Proust, offre il fiore più adatto per rassicurarla  sulle sue condizioni di salute: un convolvolo, simbolo di amicizia fedele.


Tanti scritti, tanti nomi, tante immagini sempre adeguate al testo e che fissano (o cercano di fissare) - quasi fossero dei piccoli haiku figurati - piccole emozioni quotidiane
Sfogliando queste lettere con i loro deliziosi acquerelli si ha l'impressione che siano  ben di più di un omaggio amichevole e spiritoso: vi si coglie il desiderio del grande artista di condividere l'intensità di un istante, quasi il tentativo di fermare con i suoi rapidi schizzi il  tempo che passa e gli attimi di una vita che già gli sta sfuggendo.







Le lettere di Manet sono raccolte nel bel libro "Edouard Manet. Lettere a Isabelle, Méry e altre signore" pubblicato a Milano  nel 1985 dalle edizioni Rosellina Archinto con una prefazione di Françoise Cachin.




lunedì 1 maggio 2017

Un calendario d'Oriente: le "Cento famose vedute di Edo" di Utagawa Hiroshige"



Arriva maggio ed ecco qui già pronto il quinto foglio del calendario che ho pensato di pubblicare quest'anno: la serie di stampe con le "Cento famose vedute di Edo" realizzata tra il 1856 e il 1858 dal grande artista giapponese Utagawa Hiroshige.
Per questo bel mese, ho scelto l’immagine del "Tempio Kinryu-zan di Asakusa ed il ponte di Azumabashi visti da lontano"



Hiroshige ha svelto di adottare in questa stampa dall'atmosfera primaverile un punto di vista insolito, raffigurando proprio in primo piano,  in scorcio, la parte centrale di una barca, una di quelle cosiddette "imbarcazioni di piacere" che all'epoca si vedevano frequentemente solcare i fiumi, su cui si intravede appena l’elegante kimono e la raffinata acconciatura di una geisha, seduta sotto un baldacchino. 
Sulla riva a destra, entro un boschetto dietro le fitte case di legno, è visibile  la parte superiore di un'alta pagoda, accanto a cui sorge il tempio di Kinryuzan (il cosiddetto "tempio del dragone d'oro"), meta frequente di pellegrinaggi da parte dei cittadini di Edo, l'attuale Tokyo. 
In lontananza, dietro il ponte di Azumbashi, la sagoma vulcanica del monte Fuji ancora innevato domina il paesaggio. 
Tutta la scena è avvolta da una pioggia di petali di fiori di ciliegio disseminati dal vento, un elemento che ci riporta a una primavera avanzata, ma che sembra avere anche un preciso valore simbolico. 
Il significato della scena infatti, sta nel contrasto, da una parte, tra la caducità e la fragile bellezza dei fiori e l’eternità rappresentata - come in molte stampe giapponesi - dal il monte Fuji, la montagna sacra che si erge all'orizzonte, dall'altra tra l'amore terreno, suggerito dalla presenza della geisha, e l’amore celeste simboleggiato dal tempio. 
Una scena che sembra quasi un haiku figurato di grande eleganza e dolcezza: un'immagine che mi è sembrata adatta per rappresentare il periodo tra la fine d'aprile e i primi giorni di maggio e per introdurre il mese della poesia e delle rose della tradizione popolare.




sabato 1 aprile 2017

Un calendario d'Oriente: le "Cento famose vedute di Edo" di Utagawa Hiroshige




Quarto mese, quarto foglio del calendario che ho pensato di pubblicare quest'anno: la serie di stampe con le "Cento famose vedute di Edo" realizzata tra il 1856 e il 1858 dal grande artista giapponese Utagawa Hiroshige.
Per Aprile, il mese che può essere "il più crudele" nel poema di T.S.Eliot, oppure il quello del "dolce dormire" del proverbio popolare, ho scelto l'immagine del "Pendio di Suwa a Nippori"



Gli alberi di ciliegio sono già tutti in fiore, con le loro macchie di colore bianco e rosa, nei giardini del tempio di Suwa Myojin, vicino a Edo, l'antica capitale giapponese ribattezzata Tokyo, mentre i visitatori contemplano la fioritura o si fermano su piccole piattaforme a sorseggiare un tè.
I due grandi cedri verdi al centro spartiscono in due la composizione, lasciando intravedere all'orizzonte il profilo del monte Tsukuba.
Su tutto, domina uno straordinario cielo primaverile sfumato nelle tinte del rosa-arancio, dell'azzurro e del viola.
Una grande serenità sembra pervadere la scena che mi è parsa particolarmente adatta a rappresentare questo periodo dell'anno, perfetta per un mese dal bel nome evocativo - aprile secondo alcuni deriverebbe dal verbo latino "aperire" (aprire)- in cui l'aria si fa sempre più dolce, i fiori si schiudono e l'aprirsi della bella stagione fa quasi svanire nel ricordo il freddo e la cupezza dell'inverno.






mercoledì 1 marzo 2017

Un Calendario d'Oriente: le "Cento famose vedute di Edo" di Utagawa Hiroshige




Siamo già al primo di marzo e non posso venire meno a quella che ormai sta diventando una piccola tradizione: mi affretto, dunque a pubblicare l’immagine del mese tratta dal calendario che ho scelto per quest’anno, la serie di stampe con le "Cento famose vedute di Edo" realizzata tra il 1856 e il 1858 da Utagawa Hiroshige.
Nel calendario tradizionale giapponese, sostituito più di un secolo fa da quello gregoriano, il mese di marzo aveva due nomi: il "mese migliore " o quello "del cambio di vestiti", denominazioni entrambe giuste se si pensa che siamo nel momento dell’anno, in cui finalmente inizia la primavera. Il freddo dell’inverno cede il posto al tepore della bella stagione e i giacconi pesanti  stanno per essere finalmente riposti nell'armadio. 
L’immagine che ho scelto, intitolata "Il frutteto di prugni di Kamada" ha proprio il sapore di queste giornate, in cui la luce resta più a lungo e gli alberi cominciano a fiorire.


Il cielo di un'alba che va dal rosa al rosso e sembra preannunciare una giornata assolata si apre su una scena dalla prospettiva inconsueta con i grandi tronchi degli alberi di prugno che formano come delle quinte, mentre i rami che, si intrecciano in alto, si coprono già dei primi fragili fiori bianchi.

Alcune persone camminano nel giardino, attorno a padiglioni di legno, mentre in primo piano, a destra compare parte di un sedile  coperto da cuscini. 
Sullo sfondo, chiude l'orizzonte, una fitta cortina di alberi fioriti.
Una scena, dove si avverte tutto l'incanto della bella stagione in una delle stampe più famose di Hiroshige, che, per la scelta dei colori e l'originalità dell'inquadratura, incontrò grande successo presso i pittori dell'impressionismo e che tuttora ci colpisce per la sua atmosfera intrisa di dolcezza e di poesia.